Marco Beccati
La delicata febbre
Poesie di Marco Beccati, Gennaio 2007
Per Marta
Notte, forse di me non hai bisogno;
dalla voragine dell'universo
io, conchiglia senza perle, sono
gettato sulla tua proda, riverso.
O. Mandel'štam
dalla voragine dell'universo
io, conchiglia senza perle, sono
gettato sulla tua proda, riverso.
-
Alla Musa volubile
Diva, il poeta cammina rasente
al muro, flette come un'oca
il collo a una luna nivea
cade in soggezione alla mostra
di una borsetta Prada o jeans D&G,
ormai ha calato le braghe.
Diva, il pingue gregge pascola
sul fragile mirto insieme coi lupi
non sacrifica più il verro
né supplice invoca che si riempiano
i magazzini, si è rotta la fede
nell'anfora più trasparente del vetro.
Diva, eppure il clamore delle catene
d'oro non ti ispira lugubri detti?
Oppure al pigro happy hour pure tu
ti abbandoni volubile, splendente
il tuo bacino nel pantalone a vita bassa,
al vampiro del quotidiano?
Bla, bla, bla
colui che proclamasti un uccello
sollevato in ebbrezza
dondola come la foglia
bla, bla, bla
e il suo silenzio è il leone del circo.
Diva, rimettiti nuda
con erbe scottanti e vite e sfreni
soggioga la lingua alla fiamma
spenta nelle acque del Lete,
me strisciante
nel ventre molle di Cerere.
-
Occhi, uno scirocco azzurro
Polvere smarrita nella pupilla, occhi
uno scirocco azzurro che si somma all'aria.
Dal nero un volare porpora
che zampilla, un battito che sommuove
brace: mi scavo un colore
che dura un attimo.
Diafano dondolio della mano
sapido primo mattino, imbocca il bianco
per nuvole gonfie, appicca
esposti alle sue dosi, il bianco.
Poi il fumo giallo
che mi cava dall'ombra
salta l'ostacolo fin lì dove giaccio
fallo coniare questo bravo meccanico.
Al blu basta saltare sulle spalle
rosso, fragile fiera del mio polso
dissangua nell'albume dei neon
della stazione alla prima nebbia.
Un giorno e un giorno a rimorchio
spinti fuori memoria, un battito di chiarore
sotto una superficie anonima: giorno, ancora
falcia la tua erba.
Con la stessa tremula malattia delle stelle
ammonire con scosse d'argento - bianco rompersi.
-
Rosa
Rosa
rosso rotatorio
tu siedi
con questo stesso
affacendato aprirsi.
Rosa
bianca di cipria pervinca
grano di stella
ti raccogli
in una conchiglia di latte.
Rosa
del tremulo crepuscolo
come noi posati
uno sull'altra
lungodistesi come nuvole.
Rosa
nera dell'ametista smezzata
dove si innesta l'amnesica scaglia
al nostro germoglio
di fiore corvino.
-
Timbo Tambo Bar
La fiera nel fogliame, dietro una trousse Gucci
Narciso ferito da un Campari rubino
sull'orlo del liquido acciaio di un tavolino,
dietro forze che sciolgono nell'oblio
vetro e trecce di cavi, fumo di sigaretta
poco oltre la foia che scivola
dalla doglia genitale al piede che sgasa
e dentro la Mercedes un carlino
ascolta crescere il Bolero.
Il banditore tiene insieme, impacchetta alla tv
l'intero Paese con lo scotch,
e dietro si tirano funi perchè non ondeggi
un polmone azzurro per la plenitudine rovescia
dove il tiranno con esili ali
chiede ai granatieri un buco nello spazio.
La bestia sulla porta col cuore rotto,
una pagnottella pensile in un diaframma di foca,
gli occhi sgemellati verso l'alto
buio, buio che in alto si compatta
veloce su o accucciare
lungo la tromba delle scale
quando di me stesso
sono l'adescatore.
-
Il dozzinale piccione
Il sogno all'interno
in pelle di capra e un rostro
nella stella, lèvati, affonda.
Sono il dozzinale piccione
vapore che prende per nessuna direzione.
Ala, sufficiente giusto al balzo
stampella che rassicura in cima
alla statua del Savonarola
e nello sterco
si placa la paura.
Piazza del quotidiano limbo
su questo cardine rugginoso
si attorciglia la serpe ciclica
che intristisce come una piana d'argilla.
Con l'occhio a rimorchio di una nuvola
sverna la memoria, si sottrae
anno dopo anno, come il ritiro dell'onda:
me, essere in vitro, ora confido in un pacchetto di byte.
La delicata febbre, l'effusa
che espansa da una mattina all'altra
con niente svanisce.
-
Quella seduta al bancone
Poni l'occhio
al buco della serratura,
là - addita
il pittorucolo di icone:
è forse la Verità
quella seduta al bancone
con fare da gran dama
e gran baldracca
oppure è un gelo succhiato
lo spiedo che ti trafigge
l'orbita?
Conduci
dove si imboccano mille strade,
allieti
l'intimo contrario
un genetico rombo del dna
smosso dal trombettiere
della cellula,
coi ritmi incrociati
al felino e al rapace
torcersi tra terra e aria.
Mischiare le carte e le ossa,
alle tue spalle non c'è moto
che modelli la forma,
tutto, senza memoria, ricomincia
e tutto accade in un barattolo di sangue.
-
Si estingue alle narici
Le mani dentro il blu
rema mollemente
seppure monta l'ira del mare
cercando la lenza
più nobile del pesce che abbocca.
Cola dabbasso
dove luce si curva per la morta materia
fino alla soglia di Proserpina marina
e al varco deponi carne e ossa.
Senza lamento sgocciola quella pelle
di nuvoletta sbombata e il tergo dissipatore
la gonfiezza del ventre e il sangue corrotto
fino a trafiggere come un esile dardo:
eccoti infine l'anima,
tesa corda di torva natura,
più lieve del sughero
puoi ascendere ora alla sponda fangosa
nel mattino senza alcuna bellezza.
La divinità che sincera radice ti nutrì
è un profumo che si estingue alle narici.
-
Velo annodato a velo
In un velo frolla la notte
con malve leggere, alloro e rosmarino
e un martello batte il tuo nume
- non odi forse una biografia di aspide? -
In un velo di giogo in giogo
passi come il bove mansueto
mentre le scorrerie della fortuna
falciano le messi.
In un velo noia rampica
come edera sul bastone luccicante
del giorno e prospera
con arabica ricchezza.
In un velo tra le scintille
del ginepraio si dibatte
la farfalla zolfata, l'anima
finchè un uccello di fuoco la ghermisce.
In un velo la forza è picchettata
da un rintocco maniaco, e come un cane
latra il sangue alla catena
di un piccolo caos.
In un velo è quello che è
il tempo è tempo, nient'altro.
Niente può essere diverso
niente, in nessun modo.
In un velo il tuo cuore
è un dorso di cigno
sazio allo stesso aroma
della culla e della sindone.
-
Con occhi appena aperti di pecora
Come carne trascinata
da un uncino dall'aria mai sazia -
camminare nelle strade di questa città
come vomere dentro la terra
strapparle al silenzio.
Con occhi appena aperti di pecora
spolpato da artiglio assoluto
scagliare la lancia contro il cavallo di Troia
contro alla vergogna amalgamata alle cose.
Abbaglio, luce primordiale
che barbaglia sui fili d'acciaio
della maglia tramata con cura
offerta all'urto di Marte.
Ora o chissà quando
sfondare la vita
con occhi appena aperti di pecora.
-
Orlando
Sfioro di Onda e Stella
in procinto di cadere
come frulla Libeccio
tutta quella pelle scampana
e si frammenta
in suggestivo deserto
- ma,
tutti facciamo errori da uccello -
Rinchiudere quest'attimo di mondo
sotto un guscio di testuggine,
miscela di essenze
miscela di istinti
osservala - è in cenere
la sommità della ragione.
In questo silenzio decorato di sale
solo e senza allegria
dondolo come la fiamma
azzurrognola protesa al firmamento:
Stella, che sfiori l'Onda
voglio come te cadere.
