Fiocco rosa in casa IlPentauro: BENVENUTA ANNA

Un’estate indimenticabile

29 01 2008

torre degli asinelli

» “Un’estate indimenticabile” di Riccardo Corazza (scarica in pdf)

L’estate più bella della mia vita è stata quella del 2000. Avevo 27 anni, un corso di studi da completare, una situazione finanziaria meno che mediocre ma non un pensiero al mondo. Soltanto il tempo, con il suo andamento altalenante, mi fa sperare che ritornino giorni come quelli. Ma in realtà lo so, è soltanto un’illusione. Adesso c’è la sveglia alle sette della mattina, le bollette da pagare e l’ansia per l’affitto, ci sono i buoni sconto del supermercato e le tasse, mentre allora era ancora tutto da decidere. Non una ragazza, non uno straccio di futuro, il domani era una grande lavagna vuota, sulla quale giorno dopo giorno disegnavo un’ipotesi accettabile. Tanto c’era sempre tempo di passare un colpo di spugna.

Nell’inverno precedente i miei genitori avevano acquistato un piccolo appartamento in montagna, con l’idea di andarci a trascorrere i mesi estivi. Io non potevo immaginare un regalo migliore. Già mi vedevo tutto solo nella nostra grande casa di campagna, mi vedevo alzarmi di buon’ora, fare colazione con calma, vestirmi e di seguito dedicarmi a tutte quelle attività che normalmente travestivo da studio quando loro erano nei paraggi. Ricordo i giorni precedenti la partenza, in quell’estate, frenetici, visto che i miei dovevano restare lontani per un paio di mesi, ricordo le raccomandazioni di mia madre, che mi trattava sempre come un bambino di dodici anni alla sua prima esperienza in campeggio, ricordo le banconote che mio padre mi mise in mano la sera, con un gesto d’intesa. Poi, una mattina, alle sette e tre quarti, mi ritrovai in casa da solo. Siamo onesti, ero contento anche per loro. Nonostante mio padre fosse in pensione da anni, infatti, si muovevano raramente dal nostro paese, e inoltre sapevo che la montagna riusciva sempre a rimetterli in forma. Ma ero felice soprattutto per me. Non avevo ancora deciso niente “a proposito della mia vita”, avevo pochi soldi e ancor meno autonomia, quindi potevo contare soltanto su queste piccole gioie. Capirete dunque la mia soddisfazione.
Con il mio amico Marco ovviamente avevamo già predisposto un programma dettagliato perché quell’estate fosse la più divertente di sempre. Lui usciva con le ossa ammaccate ma con la voglia di rifarsi da una relazione durata quasi cinque anni, mentre io, tanto per cambiare, ero ancora da solo, quindi non potevo immaginare una situazione più favorevole. Gli unici limiti alla nostra libertà erano il lavoro di Marco (che era disegnatore progettista in uno studio tecnico), dal quale peraltro era libero fin dalle cinque e mezza del pomeriggio, e la distanza che separava la mia casa di campagna dalla città che avevamo eletta come territorio per la nostra estate da non dimenticare.
Ovviamente Bologna.

Del resto già durante quella mattinata, facendo colazione e lavandomi i denti, riflettevo su come organizzare al meglio le nostre spedizioni notturne. Perché era di vita notturna che dopotutto si trattava. I locali che ci avevano accolto durante i mesi invernali o erano chiusi, o erano diventati impraticabili per via del caldo già robusto dell’inizio di luglio, oppure ancora stavano per inaugurare la loro versione estiva. Si trattava quindi di compiere una veloce panoramica per rendersi conto delle prospettive.
Finito di adempiere alla mia igiene personale decisi di fare un giretto alla volta di Ferrara, visto che almeno fino all’ora di pranzo non avrei telefonato a Marco. Da quando avevo smesso di collaborare al quotidiano locale il contante di cui potevo disporre era molto scarso, ma mi sarei comunque destreggiato tra negozi e librerie con l’illusione di poter comprare tutto quello che volevo. Quando ero a Ferrara mi capitava soprattutto di percorrere le strade vicine al centro, i dintorni del Castello, piazza Trento Trieste, via Mazzini, che nella mia mente era sempre delimitata dal tappeto di luci artificiali dell’inverno, poi via Savonarola e via delle Scienze, una delle mie preferite. Come al solito indugiai per alcuni minuti su via del Gioco del Pallone, fissando le imposte degli appartamenti al primo piano. Era uno dei miei passatempi preferiti. Sceglievo una strada che mi piaceva, un interno in posizione apprezzabile e me ne restavo per un po’ a guardarne trasognato le finestre, immaginando come potesse essere vivere lì. Mi era successo un paio di volte di intravedere alcuni particolari dell’interno, cosa che aveva liberato la mia immaginazione, ma era anche capitato che i residenti si affacciassero con espressione cupa e minacciosa, costringendomi a battere in ritirata. Certo non facevo male a nessuno, il mio era un semplice innocente passatempo, ma non mi andava proprio di passare per un guardone.
Quella mattina, comunque, non mi successe nulla di grave, e allora imboccai di nuovo via Mazzini a ritroso, pensando di fermarmi in una delle librerie, magari quella a metà prezzo. Intanto riflettevo sul programma della serata. Sapevo che io e Marco ci saremmo ritrovati a una certa ora al Tempo Smarrito davanti ad una birra media (io) e a una bevanda analcolica (lui), dividendo come al solito la porzione di patate fritte, ma dopo? Mentre sfogliavo un vecchio romanzo di James Purdy scontato del cinquanta per cento, realizzai che in fondo era giovedì, e al giovedì era aperto il Freezer, la versione estiva del Decennio, il locale che avevo frequentato più assiduamente nell’inverno precedente. Potevamo provarlo, se non altro. Assaporando la gioia della serata, quindi, mi rimisi sulla strada di casa. Le mie nuove incombenze di ragazzo single prevedevano il passaggio al supermercato per la spesa e di seguito l’elaborazione di un pasto semplice, giusto per rompere il ghiaccio con la cucina. In fondo era già quasi l’una.

“Ciao!”
“Oh, bella uomo. Come va?”
“Non male. E a te?”
“Bene anch’io.”
“Ti disturbo?”
“Stavo ascoltando la radio. I tuoi?”
“Andati.”
“Allora uno di questi giorni ti vengo a trovare. Per stasera?”
“Io ci sono.”
“Bene. Facciamo solita ora da me?”
“Ok. Direi passaggio al Tempo poi decidiamo dove andare.”
“Io avrei voglia di ballare.”
“Anch’io. Ho letto che stasera c’è aperto il Freezer.”
“Bene. Potremmo andare lì.”
“Direi di sì. Allora, se non succede niente ci vediamo da te alle nove. Diversamente ci sentiamo. Ok?”
“Bene. Allora speriamo di non sentirci.”
“Come sempre. Ciao bello, cerca di non stancarti troppo.”
“Non c’è pericolo!”

Sempre illuminanti le conversazioni mie e di Marco quando lo chiamo al lavoro. Lui fa l’orario continuato dalle otto e mezza alle cinque e mezza, ma resta in ufficio da solo da mezzogiorno e mezzo alle due e mezza, quindi non se la passa troppo male. L’attività gli piace abbastanza, anche se mi ripete spesso che preferirebbe un lavoro più dinamico. Tipo in un ospizio per cani, almeno questa è la sua ultima passione. Ma non credo ci stia pensando seriamente. È più una fantasia, credo, una di quelle che ti fa sembrare la quotidianità più accettabile.

Nella seconda parte della mia adolescenza, se così mi posso esprimere, avevo deciso di disertare i locali di intrattenimento nei quali ero cresciuto, vedi discoteche solite con la solita musica revival, oppure gli scatenati templi della techno che adoravo all’epoca dei miei diciassette. Avevo quindi rivolto la mia attenzione a quella fascia di “posti” dove si faceva musica rock vera e propria. Ai tempi in effetti era stato un vero trauma realizzare che sulle piste abituali non mi sentivo più a mio agio, se mai lo ero stato. Niente in contrario con la concezione in generale, per carità, era soltanto che non mi sembrava facessero uscire l’anima vera delle persone. Si trattava soltanto di sano ed onesto diversivo, in effetti, mai portato oltre un certo limite. Nei locali dove andavo con Marco, invece, mi sentivo talmente a mio agio che quasi non ci credevo. Non tanto per la gente, immagino, spesso molto differente (almeno all’apparenza) da me, quanto per il tipo di musica. Certo era diverso, meno superficiale, ecco tutto, che trovarsi tra persone simili fuori ma lontanissime dentro, tanto che per la prima volta nella vita non mi sentivo ipocrita, e la cosa, per me, che ci si creda o meno, aveva una certa importanza. Insomma, per farla breve i locali che avevo frequentato durante il periodo universitario erano sensibilmente differenti da quelli dell’adolescenza. In particolare negli ultimi anni, poi, assieme ai miei amici, ero diventato una specie di animale da posti alternativi. Marco mi aveva accompagnato nei miei pellegrinaggi per tutto l’inverno, e adesso che era arrivata l’estate non vedevamo il motivo di interrompere un trend così promettente.

Finito di pranzare e di lavare i piatti, comunque, mi restava sempre una bella fetta di pomeriggio libero, che cercavo di impiegare come meglio potevo, spesso leggendo i libri acquistati nella mattinata, altrettanto spesso guardando un film di un qualche interesse noleggiato in videoteca, oppure, se proprio ero a secco di soldi, come peraltro mi capitava di frequente, ripiegavo su di una di quelle vecchie (o recenti) pellicole che tenevo in serbo per i momenti bui, quando sentivo il bisogno di risollevarmi il morale. Tipo Prima dell’alba, ad esempio, oppure Chinese box, o Blade Runner, o ancora Momenti di gloria, ma poteva succedere che mi scappasse anche una capatina sul vecchio Bergman, che mi facessi una bella flebo di pellicole come Il posto delle fragole oppure che restassi sconcertato come sempre dal Settimo sigillo. Ovvio, in casa non avevo soltanto film così impegnati, ma di certo li preferivo. Quello che in assoluto mi piaceva di più era La sottile linea rossa, figurarsi. Avevo anche qualche concerto registrato, comunque, la videocassetta degli Smashing Pumpkins, Vieuphoria, quella dei Counting Crows, Show dei Cure, ma quelle solitamente le serbavo per l’inverno. Ora come ora si trattava soltanto di fare arrivare le sei, poi il resto della serata si sarebbe persa in preparativi, e dalle nove in poi ci avrebbe trascinato via con lei.

Bene, cenato e fatto il bagno, mi restava soltanto la decisione per l’abbigliamento, l’asciugatura dei capelli e poi via, verso Bologna. Per quella sera avevo scelto una sobria combinazione di nero e blu, ideale per i ritmi decisi che avremmo affrontato, e le mie solite affezionatissime scalcagnate Nike da ballo. Mi ero schiaffato un po’ di gel in testa, lo avevo fatto assorbire, lo avevo modellato e mi potevo formalmente reputare pronto. La mia vecchia macchina, felice di accompagnarmi per quei tragitti così gioiosamente incoerenti, stava già fremendo nel garage quando, aprendo il basculante e mettendo in moto, mi avviai verso la Città dei Portici. Il resto era soltanto un tre quarti d’ora di strada e poi la nostra serata si sarebbe accesa. Esattamente come i fuochi d’artificio.

Arrivato sotto casa di Marco, il tempo di parcheggiare negli spiazzi riservati ai condòmini e di suonare il campanello. Marco mi dà sempre il tiro prima ancora che possa dire qualcosa, quindi esattamente sette rampe di scale e sono davanti alla sua porta. Come al solito mi viene incontro.
“Oh!”
“Come va?”
Una pacca sulla spalla, a volte un abbraccio, tutto qui, la nostra amicizia consolidata non ha certo bisogno di cerimoniali troppo elaborati. Poi ci rintaniamo nella sua stanza, dopo avere salutato i suoi genitori, per scambiarci le novità della settimana. Sono parecchi mesi, peraltro, che ci sentiamo quasi tutti i giorni, quindi per la maggior parte delle volte approfondiamo o svisceriamo argomenti che conosciamo alla pefezione. La sua intricata situazione sentimentale, ad esempio. L’ormai cronica assenza di una compagna al mio fianco, ugualmente. L’esigenza che ognuno di noi si faccia di più i cavoli suoi, ché vivrebbe più a lungo. Le novità discografiche della settimana, poi, (uscite dei singoli dei Limp Bizkit, quello della colonna sonora di Mission Impossible 2, di quello di Eminem, novità sul fronte del metal e critica all’album degli Slipknot, nonché scambio dei titoli di pezzi interessanti e/o ascoltabili intercettati nei giorni precedenti). E i programmi per i prossimi giorni, ovviamente. In particolare, in questa prima parte della nostra stagione estiva, c’era soprattutto un argomento che, come ho detto, raccoglieva tutte le nostre attenzioni. Cioè la distribuzione e la qualità dei locali danzerecci appena attivati. Confrontando i nostri pareri mentre Marco ultimava il suo restauro, decidemmo che dopo la serata al Freezer avremo preso decisioni in merito. Nel frattempo, calzando le sue intonse Asics da ballo (modello inesistente in realtà, me ne rendo perfettamente conto), il mio amico mi aveva avvisato che, con mio grande piacere, a noi si sarebbe unito anche il vecchio Maso, compagno di tante battaglie e di ballate sudate in pista, nella vita eminente filosofo nichilista occupato per il momento, giusto per depistare le malelingue, al reparto ortofrutticolo di un supermercato in via Saffi (una trasversale di via Saffi, a dire il vero, non mi chiedete quale).
Comunque, finito di prepararsi, io e Marco, salutando di nuovo i suoi genitori, ci ritroviamo velocemente sulle scale, accompagnati da una temperatura che si è già fatta rovente per un inizio d’estate come questo. Arrivati al parcheggio, Marco insiste per prendere la sua macchina (verso la mia autovettura il mio amico ha uno strano atteggiamento razzistico, dovuto in particolare al fatto che sono ancora senza autoradio, nonostante le sue ripetute proteste. Il fatto è che me l’hanno già rubata due volte, e, capirete, i soldi in questo momento non abbondano, quindi sono costretto a fare, come diceva il saggio, di necessità virtù), che porteremo per mano fino a cento metri più in là, dove abita il nostro amico Maso. Poi squillino con il cellulare, piccolo scarto temporale dovuto al fatto che l’importante filosofo nichilista (ovviamente!) risiede ben al settimo piano, poi, non c’è da dubitare, lo avremo tra di noi, e saremo in formazione completa, sulla vecchia ipsilon dieci da corsa (!) di Marco. Quindi, senza litigare, sceglieremo nell’ampio lotto dei candidati il pub dove iniziare la serata.
Ensuite, partenza.

“…Sì, questa mi sembra di averla già sentita…quanto dicevi che sarebbe durata, questa volta?”
“Senti, Maso, non è colpa mia se nei pub di Bologna ci finiscono sempre delle gran sventole di cameriere. Poi non puoi pretendere che io faccia finta di niente…”
“Vedi, è che non ti sento ancora abbastanza maturo per entrare nel Club degli Ormai Arresi. Fai molti proclami, parli, parli, ma in realtà sei ancora troppo speranzoso, culli ancora troppe illusioni…vedi, il tuo fatalismo congenito dovrebbe invece averti insegnato…”
“Lo so, lo so cosa dovrebbe avermi insegnato…il fatto è che assieme al Santo Fatalismo covo anche una radice di Utopismo che ne complica la fruizione, vedi, è come se alla fine sperassi davvero che in una giornata singola si potesse risolvere tutto…sai, potesse apparire l’Illuminazione Decisiva…non so come spiegartelo meglio…”
“Eh, lo so, lo so. Ho paura che questa tua tendenza ti precluda l’accesso al nostro circolo ellenico…però d’altra parte hai anche tante altre buone qualità…insomma, non sei da buttare, dai…”
“Senti, Maso, non è colpa mia se d’estate reclutano delle modelle, le fasciano in abiti…beh, abiti, adesso…diciamo in costumi succinti e poi gli permettono di servire ai tavoli senza nessun rispetto per la condizione psico-fisica degli avventori…non credo che se per caso qualcuno dovesse prendersi un’imbarcata…”
“Quante, scusa?” chiese Marco.
“Beh, dai, un paio di imbarcate…”
“Quante, scusa?” disse ancora Marco.
“Vabbè…diciamo una quantità X di imbarcate per altrettante X cameriere…sia da condannare, non credi?”
“Sì, lo so, vedi, ma scavando, in fondo, troverai sempre un qualche difetto, anche in tanta perfezione…”
Fissai la mia terza pinta di Kilkenny, poi girai lo sguardo per il locale per farmi un’idea della situazione.
“…Ma stai dicendo sul serio o mi prendi per il…”
“…Sì, magari saranno anche carine di faccia…” proseguì Maso, noto nella città e nell’intera provincia per la leggendaria severità dei suoi giudizi, “…ma magari hanno un fisico ributtante, o sono stupide…o, peggio, st@@@@@,…insomma, c’è sempre un motivo per cui non ne vale la pena, dammi retta…”
“…Secondo me tu mi stai prendendo per il…”
“È solo che tu non l’hai ancora capito, tutto qui. Ma un giorno, forse, te ne renderai conto e vedrai tutto chiaro come me…”
Lo guardai, incredulo. “…Vedi, in certi momenti e per certi ambiti, forse essere troppo critici non è la soluzione più adatta, sai? O almeno, a me ancora non riesce…”
Maso sospirò. “Sì, è difficile, indubbiamente,” ammise, “ma se vuoi entrare nel Club il sereno distacco dalle cose materiali è indispensabile…”
Sospirai anche io. “Sai, Maso,” dissi “con tutto il rispetto possibile…non è che sia poi così tanto sicuro di volere entrare nel tuo Club del c….”
“…Eh, lo so, lo so, il richiamo della carne è sempre forte…e non tutti sono capaci di dare un taglio deciso…”
“Sì, te compreso, immagino…e comunque lo sai che sono più per la bellezza fisica nuda e cruda…”
“Ragazzi, mi avete stancato,” disse Marco a questo punto, sospirando anche lui, “sempre a teorizzare e teorizzare, il fatto è che quando ci si trova alla prova dei fatti, cadono tutti, sia tu, e la cosa è evidente, sia Maso, con tutte le sue astrazioni. Il fatto è che siamo tutti alla ricerca di quel brivido che ci fa sentire vivi, sempre, indiscriminatamente, e forse fa parte della natura umana cedere, quando è il momento. Non dico che si esista soltanto per questo, ma il fatto è che il sangue scorre più veloce, il cuore batte, e tutti se ne accorgono soprattutto in quelle occasioni. Quindi è inutile che voi ve ne stiate a tracciare piani…tanto le cose se devono succedere succedono comunque! E non importa quello che pensate!…E adesso mi prendo qualcos’altro da mangiare perché ho ancora fame, va bene?”

Parlava da uomo ferito, il mio amico? È possibile, ma non lo sapremo mai. Per farla breve, comunque, silenzio di assenso mio e di Maso, e Marco che, appagato dalla sua uscita, ordina un crostino ai gamberetti e un’altra coca, giusto per consolarsi della nostra stupidità, per celebrare la sua saggezza e per soddisfare il verme solitario con cui convive, credo, da quando è nato. Uno scenario abituale per le nostre serate insieme, insomma. Alla fine anch’io mi rassegno alla mia debolezza, vuoto in una sorsata la Kilkenny e chiamo la cameriera bionda.
“Scusa,” le dico, trasognato, “puoi portarmi una Harp? Media?”

Un tre quarti d’ora dopo siamo già sulla strada per il Freezer. Tra parentesi, è un locale dove io e Marco siamo stati un paio di volte in due e in cui Maso deve essere stato anche lui, dice, ma così tanto tempo fa che non se ne ricorda nemmeno. Forse è anche per questo, per la mia passività da sedile posteriore, per la disattenzione del navigatore e per la memoria lacunosa di Marco, che facciamo un bel macello per trovare la strada. Ma alla fine la troviamo. La zona è quella dell’aeroporto, raccomandabile nella nostra città (ma forse un po’ in tutte, credo) soprattutto se si vogliono serate alternative, con tipo pestaggi di gruppo e retate della polizia, questo se non si ricercano esplicitamente prestazioni sessuali non convenzionali, ma il fatto è che il locale è proprio qui, e noi per una volta ci sforzeremo di non formalizzare. Dunque, ci liberiamo della macchina davanti all’entrata, e dall’entrata (o millantata tale) alla pista c’è, in lunghezza, la distanza immagino più lunga del mondo, almeno per un locale notturno. A occhio e croce (e senza esagerare) almeno ottocento metri. Quando ormai stiamo disperando di rivedere i nostri cari in vita, Marco, che è davanti a me, dice, (testualmente) “Terra!”. Io e Maso ci abbandoniamo a scene di giubilo. Poi si entra. Gratis, il che non guasta.

Bè, diciamo la verità, rispetto ai posti che frequentiamo e che abbiamo frequentato il Freezer è mediamente un po’ troppo elegante, e la clientela abbigliata di conseguenza. Ma alle postazioni si sta miscelando musica rock, e la pista è piena. Un paio di beveraggi a testa quindi e siamo ai confini dei danzanti, in attesa del pezzo che dovrebbe avviare la nostra serata di movimento. Nel frattempo, come fanno tutti, stiamo commentando i presenti. Alcuni in completo da sera (un po’ eccessivo, credo), altri stracciati e indecorosi e piercingati come più spesso ci capita di vedere (ugualmente eccessivi, forse), ma il clima è buono, sembra che la gente si diverta. Le ragazze sono carine, non troppo composte né troppo scalmanate, proprio come piace a me, e ballano con una certa competenza.

E poi c’è Sara. L’ho vista fin da quando siamo entrati, mentre lei come al solito non mi ha notato, ma la cosa non mi ha impedito di riprendere il ritmo regolare del respiro con molta lentezza. Stasera è davvero bella, ha una minigonna verde che ne mette in risalto le gambe, e le scarpe con il tacco, consistente ma non troppo alto, proprio come piace a me. Adesso sta ballando vicino alla postazione del dj, e i miei amici mi guardano, me ne accorgo anche se sembro sovrappensiero, cercando di capire cosa mi stia frullando per la testa. Penso quello che ho pensato anche la prima volta che l’ho vista, al Decennio, dove sta al guardaroba. Questa non è la ragazza giusta per te, ma so che ti piacerà lo stesso ha detto una voce dentro di me. Non so il perché. Forse è ancora colpa del Destino, chi lo sa, che ci mette sempre le sue infide zampette, o forse è solo colpa mia. Fatto sta che, come diceva il vecchio e saggio Marco, (più vecchio di me di ben 30 giorni), quando le cose succedono c’è ben poco da fare. E adesso me ne sto qua come un idiota, pensando che vederla ballare è una delle cose più belle che mi siano mai capitate, e che sono felice semplicemente così, guardandola. Mi dico che una volta era più timida, anzi, è ancora una ragazza timida, ma si sente a suo agio con il suo corpo, e la cosa è evidente. Mentre me ne sto a vegetare come un ebete, insomma, sperando che il maledetto dj sfumi questo pezzo dei Subsonica, che proprio non sopporto, Marco e Maso si muovono verso la pista. Il nuovo brano, che loro hanno riconosciuto prima di me, va bene, è abbastanza rock, almeno per iniziare.
La nostra serata comincia da qui.

Dopo un paio di ore, mentre sto sorseggiando uno strano cocktail colorato che mi sono fatto preparare dal barista, mentre Maso è a ballare e io e Marco stiamo recuperando le energie seduti nei pressi della pista, il mio amico mi afferra un braccio. “Guarda…” mi sussurra. E io guardo davanti a me, non riesco a vedere molto bene, con le luci e la calca di corpi che ancora imperversa, nonostante siano quasi le tre di un giovedì. Ma poi la focalizzo. È proprio lei. E si sta togliendo le scarpe.
Beh, me ne rendo conto, la musica adesso è finalmente rock, e non deve essere comodo ballare con i tacchi. Ma quello che mi colpisce è la naturalezza con cui si ritrova a piedi nudi. Non è solo il piacere di vederla così. Non credevo fosse possibile. Io la guardo, so che questo gesto in un’altra occasione mi potrebbe deludere, invece in questo modo e in questo momento lo trovo talmente appropriato, non so il perché. E poi sempre quella voce dentro di me che mi sussurra questo non lo dimenticherai mai, non importa cosa ne sarà della tua vita, se un giorno sarai quello che hai sempre sperato di diventare, se riuscirai a realizzare almeno una parte dei tuoi sogni, ma questo ricordo lo porterai con te.
E in questo momento, non so perché, ci credo davvero.

L’estate più bella della mia vita è stata quella del 2000. Avevo 27 anni, un corso di studi da completare, una situazione finanziaria meno che mediocre ma non un pensiero al mondo. Soltanto il tempo, con il suo andamento altalenante, mi fa sperare che ritornino giorni come quelli. Ma in realtà lo so, è soltanto un’illusione. Adesso c’è la sveglia alle sette della mattina, le bollette da pagare e l’ansia per l’affitto, ci sono i buoni sconto del supermercato e le tasse, mentre allora era ancora tutto da decidere. Non una ragazza, non uno straccio di futuro, il domani era una grande lavagna vuota, sulla quale giorno dopo giorno disegnavo un’ipotesi accettabile. Tanto c’era sempre tempo di passare un colpo di spugna.

Buffe le illusioni dei ragazzi. Sono sempre così illimitate.

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