MILLENNIUM

8 02 2008

piazza maggiore

Veloci come non mai anche per questo giovedì, al pub, e poi dritti dritti al nostro affezionato locale da metà-fine settimana, il Millennium, che con premura ci accoglie tra le braccia al giovedì sera (ma più spesso al venerdì mattina) e ci posa sulle sponde all’alba del penultimo giorno of the week, quello forse meno duro di tutti, almeno come prospettiva. Il più invitante, insomma, tra i feriali. La noncuranza con cui ci facciamo avvolgere, di settimana in settimana, da questa usanza, è pari soltanto alla nostra voglia di sfruttare ogni più nascosta risorsa di questa abnorme anima chiamata città che ci ospita.

Mi accorgo giusto adesso di avere soprasseduto per mesi, e con estrema nonchalance, sull’argomento, ma questa sera, sfruttando la compattezza di una formazione al completo (ai soliti Marco e Maso, infatti, si è unita anche la mia amica Erika) e un’ispirazione come al solito vacante del benemerito dj Mingo, credo sia giunto il momento di affrontarlo.
L’argomento sarebbe, ed è più che sacrosanto, (squillo di trombe squillo di trombe squillo di trombe) quello della fauna di sesso femminile che incontriamo nei locali che ormai abbiamo eletto a seconda (ma a volte anche prima) dimora, categoria che qui, per comodità, potremmo denominare Donna da Locale Alternativo (DLA per gli amici). Lo so, so che si tratta di argomenti piuttosto spinosi, e che il rischio è elevato, visto che si può incappare in una categorizzazione troppo schematica, ma cosa volete, per una volta ho deciso di cavalcare l’onda e di essere, se possibile, ancora più sincero del solito. E poi, guardiamoci in faccia, se non parliamo di tutto tra di noi, con chi lo potremmo fare?

Dunque, si parte dai diciassette-diciotto anni in su, immagino, (o almeno lo spero) ma i tratti di base non variano certo in funzione della giovane età. Si inizia con l’abbigliamento, quindi, variabile nello stile e nell’impostazione ma sempre sull’“andante agile”, speciale mescolanza ottenuta unendo e shakerando gli accostamenti cromatici più arditi mai concepiti sul pianeta terra. Tipo verde pisello fluorescente con marrone foglie di noce autunnali, oppure celestino mantello del principe azzurro con rosso corallo dei mari del sud, o ancora grigio fumo di Londra con giallo canarino, abbinamento ritenuto responsabile, questo, del tentato suicidio di due buttafuori e di varie stragi perpetrate da giovani insospettabili ai danni di Enti ed associazioni, estese anche all’Emisfero Orientale.
Poi si passa alle acconciature, ovviamente, anch’esse quanto mai libere, dalle amorevolmente curate e stratificate, intessute di codini, treccine, ciuffetti, spillette, graffette, cicognine, pettinini, e via così, ai capelli barbaramente piallati dalla stiratrice, oppure ai bulbi selvaggiamente e gioiosamente incurati (o incurabili), o, ancora, alle pettinature elaborate da sarte in pensione o da architetti frustrati, complete di soppalchi, controsoffitti, punti a croce e alla bersagliera. Poi pantaloni, ovviamente, sempre larghi e comodi, stile tenda canadese e con cavallo a livello polpacci, e molto più raramente gonne, di misura comunque medio-lunga, con l’obiettivo di rendere l’effetto del proverbiale e mistico sacco di iuta; Infine scarpe con puntale di acciaio, da guerriglia urbana cruenta, e, soprattutto, fondamentale, corredo pseudo-genetico di orpelli, metallici e non, dai piercing vari alle catene tribali, dai portachiavi estensibili agli zainetti contundenti, dai bracciali da maniscalco alle attrezzature da giardinaggio.
Per gli odori, invece, il campionario si dimostra almeno altrettanto vasto, dalle fragranze neutre, scelte con curata indifferenza, a quelle mistiche, da “Vecchio Oriente” o “Indocina Oscura”, all’aroma inebriante (o tossico) degli incensi, ai profumi di marca, a quelli da cooperativa di paese, a, purtroppo, ahimè, accipicchia, al vecchio “non mi lavo da mesi ma tanto non mi interessa perché fa alternativo”, concetto che, nella sua rude essenza, presuppone un’indifferenza alle esigenze igieniche di base (oppure un impianto olfattivo del tutto compromesso) sempre più teorico che reale. Ma pazienza. Importante è sempre non generalizzare troppo, anche nel campo delle immagini-tipo. In effetti è da rilevare che nel settore delle DLA è quanto mai fondamentale, essenziale, oltre all’abbigliamento, il codice di comportamento. Se si eccettuano infatti le presenze sporadiche (che come tali, come è risaputo, non fanno media), il genere è quello delle universitarie-o-supposte-tali, alternative ma non troppo, ribelli ma con garbo, trasgressive ma nei limiti del bien penser, socialmente arrabbiate ma sempre senza eccessi. Il che compone anche un quadro piuttosto fedele della nostra generazione.
Detto questo, al Millennium ci si dimena comunque, anche nelle tenebre dell’incostanza dell’umorale dj Mingo, anche con le suole delle scarpe saldate ad una pista che qualche buonanima di buontempone deve avere cosparso quanto meno con la vecchia Pritt, conosciuta per essere la colla più inefficace del pianeta, anche nell’oscurità del locale, quasi sempre da eclissi di luna in notte nebbiosa, anche nella discontinuità delle movenze, causata dal fatto che spesso qualcuno (altri buontemponi, probably) ti si pianti con un gomito nelle reni senza motivo apparente, e che il codice non scritto di comportamento ti imponga di punirlo di conseguenza, ma sempre e comunque attenti, ragazzi, agli approcci troppo sbrigativi, perché lo sapete, la DLA non perdona, e soprattutto, non solo non porge l’altra guancia, ma tende ad usare impropriamente anche la tua.

Ma sto enfatizzando, credo. Lo devo ammettere. Quando in pista non c’è troppa animazione, in effetti, il clima generale del Millennium è fin troppo tranquillo. Quello di una grande famiglia con le sue regole, certo, ma non troppo costrittive. Tanto che, da quando hanno aperto, qui, ormai un paio di anni fa, e si sono sostituiti, come collocazione, al nostro beneamato Candileyas, sono state decine e centinaia le serate euforiche o più spesso di quieta disperazione trascorse tra queste quattro pareti ruvide. Un po’ perché il locale non ha quell’appeal che te lo fa bramare, la sera, prima di uscire di casa, un po’ perché eravamo troppo affezionati al vecchio Candi, un po’ ancora perché questo è sempre un grande porto di mare, esattamente come via Zamboni. Ma comunque noi abbiamo imparato ad accettarlo, come capita nelle migliori amicizie, per quello che è.
Senza contare che il ricambio è sempre notevole, e visto che non si tratta di un posto dalla tradizione consolidata, si può considerare con correttezza un territorio di sperimentazione per le ampie falangi di neouniversitari. Quindi la possibilità di contaminare la fauna indigena è sempre alta.

Ma non è solo quello, immagino. È che a certi posti, e spesso anche a certe pratiche, rimani ancorato comunque. E forse, in fondo al cuore, quando l’orologio, biologico e non, rintocca le tre antimeridiane, e quando il dj ai piatti sta riproponendo, in un impeto di nostalgia, il sottofondo del buon vecchio Lucio Dalla, e quando ti ritrovi a sperare che qualcuno a caso ti pesti inavvertitamente un piede, o almeno ti sgomiti, o ti aliti addosso così da avere la possibilità di accendere la Rissa del Millennio (appunto!) con il sorriso sulle labbra e la pace nell’animo e sfogarti di giustezza, trovi ancora la forza per sognare di incontrare proprio qui, magari mentre stai tentando di lussare una spalla o di incrinare una clavicola senza dare troppo nell’occhio, di incontrare, dicevo, la variante alla DLA, cioè la Donna Non da Locale Alternativo (DNLA, sempre per gli amici), ovverosia il prodotto del Caso, la Falla nella prevedibilità avvilente del Destino, la Possibilità non Contemplata (che poi conferma la Regola), la giustificazione dell’aleatorietà di Tutto Questo Spettacolo, insomma, e alla fine stemperare tanti luoghi comuni e tante dicerie anche troppo sfruttate da altri come noi. La riconosceresti e la ameresti all’istante, lo sai anche tu, come nella vecchia tradizione del coup de foudre.
Ovvio poi che il contratto standard non prevede che l’avvenimento di cui sopra debba accadere realmente, o almeno mai in condizioni di sobrietà inattaccabile, ma sperare, come si dice, è sempre lecito. Più facilmente invece ti capita che, anziché impegnarti in un laborioso e dispendioso soggiorno al bancone dei beveraggi, con l’amico Luca impegnato a spillarti una birra dietro l’altra, (nel tentativo - letterale - di annegare nell’alcol) al giro di boa delle tre antimeridiane ti rassegni ad appoggiarti mesto ad una colonna bugnata a caso, un’espressione misteriosa e artisticamente enigmatica indosso, (che non sembra ma fa molto) in attesa di uno straccio di pezzo ballabile che almeno giustifichi la tua uscita di casa e ti allontani dalle pianificazioni suicide e dagli istinti omicidi. Spesso vieni accontentato, altrettanto spesso no, ma tutto questo fa parte immagino dell’impeccabile imperfezione di cui è già pieno il nostro universo.

E allora, comunque, alla campanella delle tre e tre quarti, ti rassegnerai a defluire così come gli altri, anche sudato e scomposto come sei, per unirti ai cori di malinconia dell’uscita, alla corrente di rientro alle nostre tane, ai richiami disperati lanciati alla luna, pronto a ritornare in ogni caso, e sempre pieno di speranza, tra sei giorni e una manciata di ore appena.


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