Il Paseo del Born
14 12 2007 Autore : elenaUn giovedí qualunque di dicembre. Non ho molto tempo per la pausa pranzo e mi siedo in compagnia di un panino nel Paseo del Born, al sole, sulla scalinata. Dicono che anni fa il Born fosse un quartiere umile e malfamato, popolato per lo piú da immigrati, e terreno fertile per la microdelinquenza, poi le opere di riforma l’avrebbero lentamente trasformato in quello che oggi è, assieme a Gracia, il quartiere “bohemio” per antonomasia di Barcellona. Ma un bohemio chic, perché in realtá a parte alcuni posticini per artisti, hippie e studenti squattrinati vi si trovano soprattutto negozi di design, boutique di firme importanti, ristoranti ricercati, originali e colorati bar de copas e appartamenti carissimi. Anticamente invece era lo scenario di fiere, mercatini e tornei medievali.
Nel cuore del quartiere sorge appunto il Paseo del Born, una sorta di rambla, che, racchiusa da edifici del XIVº secolo dalle facciate di vari colori, è delimitata ad un estremitá dall’abside della chiesa di Santa Maria del Mar e all’altra estremitá da una distesa di tavolini dei bar allineati al sole, ed é ornata da due file di alberi, da panchine e da lampioncini in stile fin de siècle. Guardandola attraverso l’inquadratura stretta di un obiettivo si hanno visuali che potrebbero essere confuse con qualche angolo recondito di Parigi. Brulicante di gente ma non affollato come la Rambla vera e propria né come altre zone del centro, il Paseo del Born sembra una piazza di paese, sospeso tra un sapore d’altri tempi e un’ incalzante modernità. Pieno di colore e movimento, ma tutto in miniatura, come in una casa di bambole o un presepe. Anche gli odori si mescolano: quello di pane appena sfornato della piccola panadería, quello di intonaco e vernice di un bar in ristrutturazione, quello di caffè del bar di fronte che offre il vero espresso italiano (caffe “Illi”, che spettacolo), quello di pizza della pizzeria al taglio popolata dagli studenti barcellonesi, quello di cera e incenso proveniente dalla porta posteriore della chiesa, quello delle foglie cadute e umide sul selciato.
Oggi sono seduta lí, proprio su quelle scale al sole, e mi metto ad osservare le persone che popolano lo spazio intorno a me. Tenterò di descriverle. Seduto al mio fianco uno studente capelluto strimpella alcune note blues su una chitarra, e vicino a lui un tizio fuma marijuana e legge il giornaletto del metro, lanciandogli di tanto in tanto qualche occhiata. A passo spedito di fronte a me attraversa la piazza un giovane vestito da Babbo Natale, con la parrucca tirata giù di sbieco e in atto di reggersi la pancia posticcia. Poco piú in lá due ragazze molto fashion, che mi ricordano Victoria Beckham, con enormi occhiali da sole a goccia e stivali all’ultima moda. Dall’altra parte della piazza un matto, anziano e dall’aria rintronata, vestito con un grembiule scolastico, una cravatta rossa e un baschetto blu elettrico, porta in giro in modo tristemente ridicolo un passeggino vuoto. In fondo, verso la chiesa, una mini troupe sta riprendendo dei tipi che sorreggono dei cartelli tra le mani e recitano un brano, forse si tratta di un cortometraggio. Di fronte a loro un ragazzo spinge verso uno dei bar un carrello da lavoro pieno stracarico di sacchettoni di pop-corn, e nel farlo salire sul marciapiede gliene cade per terra la metà. Sulla soglia della pizzeria al taglio il cameriere argentino si stropiccia gli occhi forse stanco dopo una notte di fiesta. In mezzo alla piazza una coppia di lesbiche dai capelli cortissimi si tiene per mano e si sorride. Una signora anziana porta a spasso il gatto persiano sotto gli occhi increduli dei passanti. Sull’altro marciapiede invece una coppia di catalani ingiacchettati passeggia tenendo al guinzaglio un bianco levriero, e, subito dietro di loro, una coppia di turisti italiani esalta a voce alta l’eleganza dell’animale.
A volte in questo luogo ho la sensazione di essere proiettata in un teatro di marionette ove esiste un esemplare di ogni singolo prototipo umano. E ho la sensazione che il confine fra finzione e realtà sia spesso molto sottile e molto labile. Teatranti che sembrano spettatori e spettatori che sembrano teatranti. Travestimenti che sembrano vestiti e vestiti che sembrano travestimenti. Donne che sembrano uomini e uomini che sembrano donne. Matti con gesti di normale quotidianità e persone normali con punte di pazzia.
E quel puntino nero, lí seduto sulle scale e seppellito sotto un piumino e un’ampia sciarpa rosa, con un enorme panino con tortilla tra le mani e lo sguardo assorto, chi è? Sono io! anch’io parte di questo scenario teatrale multicolore, di questo riquadro brulicante: anch’io un pezzettino insostituibile del puzzle del Born.


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