Dall’antipolitica all’iperpolitica

19 10 2007

Qualche giorno fa Francesco ha inviato ad alcuni di noi un link ad un articolo sulla versione on-line de La Repubblica intitolato “Dall’antipolitica all’iperpolitica”.
Io l’ho letto e dopo averci riflettuto un po’ ho scritto una e-mail alla redazione del giornale indirizzata all’autore dell’articolo.
Vi propongo il testo della mia lettera.

Buongiorno,
ho letto con grande piacere il suo articolo intitolato “Dall’antipolitica all’iperpolitica” sulla versione on-line de La Repubblica, e devo dire che sono quasi totalmente concorde con l’analisi da lei effettuata. Trovo anche io che queste grandi mobilitazioni non siano da contrapporre al sentire diffuso di “antipolitica”, ma debbano essere interpretati dalla classe politica come una piega propositiva dello stesso sentire.
Ciò però che non condivido della sua analisi è il “sottofondo” di ottimismo che, la prego mi corregga se sbaglio, leggo tra le righe di questo articolo.
Premetto che il mio pessimismo non è equiparabile alla delusione di chi pensa che le cose non cambieranno mai e pertanto ha smesso di partecipare alla vita politica del paese, altrimenti non sarei qui a scriverle questa e-mail per esprimerle un’opinione.
Detto questo, ho una grande paura che questa ondata possa svanire come tante cose misteriosamente svaniscono in Italia. Noi italiani siamo un po’ fatti così, prima tutti tifosi di calcio, poi tutti velisti, poi mini politici. E poi? La nostra politica ha fatto spesso il gioco delle tre carte, ed ora tutti parlano, forse troppo, di come si debba riformare profondamente il sistema politico italiano. Se guardo indietro nel tempo mi sembra di aver assistito ad un lungo comizio nel quale l’oratore, dopo essersi fermato per bere un goccio d’acqua e schiarirsi la voce per ripartire con rinnovato vigore, riprenda il discorso cambiando totalmente argomento. E noi, platea, dietro di lui, dimentichi del motivo per cui pochi secondi prima ci eravamo scaldati le mani a suon di applausi.
Troppe volte ho assistito a mode passeggere per credere che questa volta, con la nascita di un nuovo partito, il cambiamento sia davvero in atto, ma serei felice di essere stupito. Certo che, da chi inizia la propria avventura interpretando come una “sconfitta” dell’antipolitica la partecipazione alle primarie, non mi aspetto grandi cose.
A questo si aggiunge il fatto che sono fermamente convinto che per cambiare veramente le cose si debba partire da lontano, da una scuola che formi dei cittadini oltre che delle persone. Ma forse anche i nostri politici ne sono convinti, tanto che ad ogni tornata elettorale la scuola viene rivoluzionata. Purtroppo però loro la vedono dal lato opposto.
E’ un cane che si morde la coda e purtroppo troppo spesso questi vortici si sono interrotti o con una rottura forte o con un collasso, entrambe soluzioni non certo edificanti per un paese che, se anche si definisce democratico.
Con questo concetto chiudo la mia e-mail altrimenti diventerebbe una di quelle classiche lettere che per mancanza di tempo non si riescono a leggere. Complimenti comunque per un articolo che stimola ad una riflessione e non cavalca ” “l’indignazione popolare”. Che “fa notizia”. Alza gli ascolti.”.

Cordiali saluti

Fabio Cipollini
Ferrara


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5 repliche a “Dall’antipolitica all’iperpolitica”

19 10 2007
diego (13:40:36) :

Cipo, premetto che non ho letto l’articolo però mi rifaccio in parte al testo della tua mail.
Concordo con te quando dici che troppe volte siamo stati allenetori, skipper, ora siamo un pò mediani di mischia, e alle olimpiadi probabilmente saremo saltatori in lungo. Ultima cosa piuttosto divertente visto che tiferemo per un giamaicano, ma questo è un altro discorso.
Ora tornando alla politica ed al modo in cui la facciamo la politica in Italia, o ancor meglio a come viviamo tutti i giorni.
Ne abbiamo già parlato di quanto sia importante la scuola e non siamo gli unici a crederlo, i programmi scolastici non cambiano dal 1948. Praticamente seguiamo ancora i dettami “Gentile”.
Ma è qui che voglio restare alla paura di cambiare, come tu sai bene ogni cambiamento genera degli scossoni che spesso, la storia ci insegna danno uno slancio verso il futuro. Ora facciamo gli ultimi esempi se vuoi: Stati Uniti, un potente stato quasi nuovo. Spagna, libera dal Franchismo solo dal 1978 e da qualche anno ci ha sorpassato in tutto, Montalban ha detto che per questo cambiamento ci sono voluti 1.000.000 di morti. Sottolineo cambiamento. Cina, è sotto gli occhi di tutti che il prossimo stato a guidare il mondo sarà la Cina, e direi che sta subendo un enorme cambiamento. Ora non voglio dire che cambiare sia giusto in ogni caso, che non abbia anche nel caso porti cose positive, le sue malefatte. Però resto convinto che sia il modo, non so se l’unico, per progredire.
Bene…vediamo in Italia chi vuole cambiare e perchè. Tutti. La risposta più gettonata in Tv alla radio in internet è che si vuole cambiare, meglio ancora nel nostro caso riformare. I riformisti c’erano anche nel ‘700 francese quello della rivoluzione ma non sono serviti a molto. Però noi abbiamo circa 230 anni di esperienza in più e per fare un esempio, ci sono alcuni libri di De Sade di cui la censura vieta ancora la traduzione. Avanti…per quanto riguarda l’Italia ogni giornale questa mattina si parlava di Benedetto XVI, che si batte contro il precariato. Lo stesso che non paga l’I.c.i., lo stesso che protegge i preti pedofili, lo stesso che non vuole che la Englaro raggiunga Nostro Signore, dopo 15 anni di coma. Lo stesso che in ogni T.g. dice la sua su qualcosa, lo stesso che ha fatto abortire le suore cattoliche violentate nella guerra in Kosovo, lo stesso che non vuole si cambi nulla.
E’ uscito da poco un libro di due economisti e studiosi statunitensi sui problemi che porta l’ebraismo e il legame con israele agli u.s.a. è di circa mi pare 800 pagine. Credo piuttosto fermamente che noi sul rapporto che abbiamo con Città del Vaticano, che è uno stato a sè protremmo scriverne almeno 8.000.000 di pagine, iniziando da quando portò un positivo cambiamento in quanto innovatore circa 2000 anni fa, a quando manovra come marionette i nostri politici e non vuole cambiare nulla.

19 10 2007
Beno (22:13:10) :

Hey calmi tutti,

Io sono stato calciatore, cestista, skipper…. azz ! non sarò mica uno di quei italiani a cui vi riferite voi???

Ho paura di si…. ma anche voi lo siete non crediate!! :)

Sono d’accordo con le vostre idee e vi ringrazio per le belle parole che ci offrite. Ma alla fine gli italiani, oltre ad essere ora allenatori, ora calciatori, ora skipper ora politici, sono e rimarrano sempre dei gran “LAMENTONI” viziati, che si crogiolano nella bambagia e non fanno mai niente.

Ricchezza.

Ogni rivoluzione positiva è nata da un periodo di sofferenza e noi non soffriamo. Ci fa comodo che i nostri politici mangino perchè intanto mangiamo un pò pure noi.

E’ come un grande mostro che s’impigozza di grasso cibo e a noi piccoli mostricini cadono le bricciole e non osiamo chiedere di più al Grande Mostro, perchè magari si gira di scatto e ci mangia tutti. Io mi sento uno di quei mostrini. E non saprei nemmeno come iniziare a cambiare le cose. Posso solo pensarci su e discuterne con i miei cari amici.

19 10 2007
bek (23:20:27) :

Onestamente il sottofondo di ottimismo io non riesco a vedercelo nell’articolo. Mi pare che Diamanti porti ad una considerazione molto più semplice il voto partecipativo così rilevante per l’elezione del segretario del PD. Mentre la politica parla di anti-politica, Diamanti parla di partecipazione. In sostanza invita la politica a non inventarsi categorie nuove per avere un “argomento” in più su cui crogiolare il pensiero e la stampa a non stargli dietro (alla politica), ma ad analizzare le cose con maggiore ponderatezza.
Le sue conclusioni poi sono un auspicio a non fare di qualsiasi evento che accade in Italia un evento a sè, come se in questo paese non esistesse da sempre la partecipazione e la mobilitazione. Insomma a me pare che l’articolo più che a volere esprimere un sentimento particolare miri piuttosto all’invito a dare ai fatti un giusto peso, e non a volere sempre ridurli a frastuono, frastuono su cui la politica ci naviga e la stampa gli fa da grancassa. Diamanti secondo me vorrebbe un paese normale, se lo auspica.
Secondo me è vero che le riforme più durature partono da lontano, ma è necessario che queste vengano apportate col necessario piglio e lungimiranza, quasi con pugno tatcheriano. Basta solo vedere cosa ne è stato delle riforme “liberali” di Bersani con gli avvocati e i taxisti.

23 10 2007
diego (09:52:07) :

Io infatti ho scritto siamo e non sono, in più concordo con te sul fatto che si sta ancora troppo ben per farsi del male.
L’Italia infatti, almeno questo era il mio intento, si unisce solo in quelle rare occasioni per lo più sportive, in cui si è orgogliosi di sentiere l’inno o di veder sventolare la bandiera tricolore più in alto di tutte.
Giusto ieri ci hanno comunicato che la prima azienda in Italia è la Mafia, ma dai! Grande scoperta! Bisognava studiarla?!
Ora invece per riprendere le parole del Bek su Margaret, io ho conosciuto diversi inglesi di cui sono ancora amico. Non ci assomigliano neanche a noi.
Si hanno gli occhi azzurri sono chiari di carnagione ma per il resto Marco traducendo mia nonna: ” Non ci assomigliano neanche nel fare pipì”.
Noi siamo inventori, poeti, ladri, motociclisti, automobilisti, ciclisti, mafiosi, assassini, usurari, codardi, passionali.
La cosa che mi ha impressionato di più del vivere a stretto contatto diversi inglesi sta nel fatto che funzionano in modo inverso al nostro. cioè:
Stavano tutti attenti alle diverse cose di uso comune o pubblico, e prestavano una cura molto inferiore alle loro. Sfido chiunque a dire che noi non si pensi prima alla nostra macchina che non ad un bus o ad un treno, per esempio è un fatto di cultura ed educazione ed in questo gli inglesi sono migliori di quasi tutti al mondo. Mentre noi ci infiammiamo perchè ci danno dei pizzaioli o dei mafiosi e poi ci diciamo ” ti faccio sparare”

23 10 2007
Beno (21:38:37) :

Verissimo Diego. Anche i francesi sono un pò come gli inglesi in fatto di proprietà pubblica e concetto di stato. CI criticano sempre, ci odiano, ci strapazzano, ci danno una testata nel petto…. ma sotto sotto…. ci invidiano tantissimo. Ve lo assicuro, lo percepisco spesso lavorando con un prodotto molto “design”. Diventano viola quando vedono le nostre creazioni, oppure quando pensano al nostro cibo, o alle nostre macchine…

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